I nuovi tiranni di Atene.

Pubblicato il 29 maggio 2011

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di Beniamino Franceschini

I mercati finanziari, e l’economia in generale, sono spesso soggetti a profezie che si autoavverano: se si crede che qualcosa possa accadere, probabilmente accadrà. Questa situazione è tanto più spiacevole quando a essere al centro delle aspettative è uno Stato per il quale si prospettano tempi oscuri: è il caso della Grecia, Paese sull’orlo della bancarotta.
Eppure, negli ultimi mesi, Atene aveva accettato di sottoporsi a una serie di misure restrittive e rigide al fine di tornare, se non all’interno, almeno in prossimità dei parametri europei. Giuliano Amato, sul “Sole 24 ore” di domenica 29 maggio si chiede se la responsabilità del peggioramento della situazione greca sia da attribuirsi alle esagerate richieste europee o alla mancanza di volontà di rispettarle da parte di Atene. In realtà, prosegue Amato, le colpe risiedono sia tra i soccorritori, sia nella Grecia stessa. Se, infatti, l’Europa si è mossa tardivamente, trainata in negativo dalla Germania, allo stesso modo il governo Papandreou ha dovuto far fronte all’opposizione interna e alle pretese per certi versi esose giunte da Bruxelles (si legga Berlino). «La conclusione, – scrive Amato, – è che la Grecia ha oggi un debito troppo alto da pagare e una propensione troppo bassa a mettersi nella condizione di farlo».

A tener banco sono tuttavia due problematiche di natura economico-finanziaria, e una di carattere politico. Innanzitutto, l’ampio lasso temporale trascorso tra la richiesta d’aiuto greca e la risposta europea ha permesso agli speculatori di sospingere i tassi di interesse sul debito di Atene a livelli talmente redditizi nel breve periodo, da essere del tutto letali per la Grecia. In secondo luogo, l’eventualità che le scadenze dei titoli ellenici siano prorogate mette in difficoltà anche gli investitori stranieri. In questo senso, in molti vedono nella fuoriuscita della Grecia dall’Unione Europea (l’uscita dall’euro non è possibile senza l’abbandono dall’Europa, art. 50 Tuel, riformato con Lisbona), la possibilità per Atene di poter agire sulla svalutazione della nuova dracma nel tentativo di coprire un po’ di debito. Il Parlamento greco, a differenza di parti dell’opinione pubblica, non sembra però intenzionato a proseguire su questa strada, nonostante la stampa estera (soprattutto tedesca) la indichi possibile.
Per quanto concerne l’aspetto politico, le proposte circa l’allontanamento della Grecia costituirebbero un precedente che aprirebbe a un inaspettato cambio delle basi dell’Unione Europea dal fondamento della coesione e della comunione delle sorti, a quello della priorità dell’aspetto economico interno, anche se questo fosse condizionato dalla volubilità dei mercati finanziari internazionali. Basterebbe che un Paese entrasse negli obiettivi degli speculatori per farlo cadere: si transiterebbe, in breve, dalla solidarietà all’abbandono del più debole.

Il presidente greco George Papandreou.

Questa linea sembra essere quella dettata dalla Germania, per certi versi immemore dei costi sostenuti dal sistema europeo in seguito alla sua riunificazione: Berlino ha attualmente circa 40 miliardi di euro investiti in Grecia, 24 dei quali provenienti dal settore pubblico, 6 dagli istituti bancari e 10 da privati (dati Eurostat). L’ Unione Europea non può abbandonare la Grecia, ma è necessario contrattare con Atene condizioni serie che possano essere portate a termine e onorate, secondo un principio di solidarietà connotata da una inevitabile rigidità, da una e vera e propria obbligatorietà di applicazione. Se così non faranno, gli altri Stati d’Europa rischieranno di decidere le sorti della Grecia ignorando i principi del processo d’integrazione europea, ossia divenendo la riproposizione del governo dei Trenta imposto da Sparta ad Atene alla fine della Guerra del Peloponneso: in questo caso, sarebbero i ventisei nuovi tiranni di Atene.

(Questo testo può essere liberalmente utilizzato per fini non commerciali e purché se ne indichino autore e provenienza.)

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