di Beniamino Franceschini
Chi abbia seguito il comizio di Umberto Bossi a Pontida avrà probabilmente reagito in modo diverso a seconda del proprio orientamento politico e della propria vicinanza al governo. Nell’opposizione potrebbe dominare lo scetticismo, ma non certo la paura: il discorso nel Senatore è stato a tratti minatorio, virulento, anche volgare, ma mai tale da impensierire il Centro o la Sinistra. Lo stesso Bossi è apparso un po’ confuso, arrancante in occasione di qualche fischio dei presenti a Pontida, imbarazzato addirittura sugli inni alla secessione. La forza programmatica è stata soppiantata da una stanca concatenazione di proposte di scarsa probabilità attuativa e, talvolta, addirittura monotone. Il dimezzamento del numero dei parlamentari e il senato federale sono bandiere storiche del movimento leghista: l’unica novità consisterebbe nel termine di quindici mesi che il Carroccio indica al Governo per la conclusione della riforma. In un modo analogo, Bossi individua altri sei punti da realizzare entro trenta giorni, ossia l’attribuzione di maggiore autonomia alle regioni, la riduzione delle bollette energetiche, la riforma del patto di stabilità per comuni e province, il taglio dei costi della politica, il finanziamento del trasporto pubblico locale, l’allentamento delle misure vessatorie di Equitalia. In poche parole: niente di nuovo sul fronte padano. Saremo onesti intellettualmente nell’affermare che Bossi non è il primo, né sarà l’ultimo, ad avanzare idee di sovvenzione al trasporto pubblico o di riduzione dei costi delle bollette.
Sono tutte certo misure interessanti, necessarie a un logico sviluppo del Paese e nella direzione intrapresa dai vicini europei: tuttavia non sono originali, quindi, fin qui, niente da aggiungere al puro buon senso sulla revisione del patto di stabilità interno, ossia sulla stringente necessità di consentire agli enti locali di poter disporre dei soldi dei cittadini per fornire servizi ai cittadini stessi. Altri limiti temporali avanzati da Bossi sono i sessanta giorni per l’approvazione della metodologia per la definizione dei costi standard da applicarsi alle amministrazioni dello Stato; l’autunno per la questione delle quote latte; la fine dell’anno per la riforma fiscale e il nuovo codice delle autonomie. Quanto al recupero dei fondi per l’attuazione di tali misure, Bossi ha fatto sfoggio di un ennesimo momento di banalità, vale a dire l’utilizzo del denaro risparmiato ritirando le truppe dai fronti «di guerra o di pace» (per usare le parole del Ministro), una trovata che né può fregiarsi di innovazione, dal momento che sul discorso di massima potrebbe anzi trovare decine di sostenitori, né rappresenta una rottura col passato, poiché la Lega non ha mai fatto mistero della propria vocazione microregionalista e anti-internazionalista.
Sono tre i punti che potrebbero rappresentare un motivo di dibattito reale oltre a quelli su accennati. Innanzitutto la proposta-sensazione del trasferimento dei ministeri al nord, con tanto di tattica precedente l’orazione di Pontida, giusto per muovere un po’ di polvere, e di colpo di teatro consistente nella sollevazione trionfale di una targa recante su incisa la denominazione del dicastero di Bossi per la nuova sede di Monza, una lastra che il Senatore dichiara essere un dono del sindaco del capoluogo brianzolo e che noi ci auguriamo vivamente non vada a gravare sul bilancio comunale della città. L’idea del trasloco dei ministeri dell’Industria in Lombardia (notoriamente l’unica regione dotata di fabbriche, con buona pace per Piemonte, Veneto, Toscana, Puglia e Sardegna) e di altri sulla direttrice Monza-Milano pare destinata a non aver seguito, sia perché il “partito romano”, ossia i sostenitori dell’unicità di Roma quale capitale d’Italia, risulta compatto, numeroso e trasversale; sia perché esistono vincoli costituzionali, che formalmente dovrebbero essere affrontati. In sostanza, a parer nostro, lo spostamento dei ministeri resta un’ipotesi non realizzabile, ma un buon argomento sotto gli ombrelloni. In secondo luogo, Bossi ha richiamato, in questo caso giustamente, Giulio Tremonti a quella che, in fondo, è una maggiore praticità e vicinanza ai cittadini e ai loro amministratori, chiedendo che il ministro dell’Economia smetta di costringere i conti pubblici oltre i limiti necessari. In questo caso, il Senatore è stato molto chiaro: «Lascia stare i comuni, soprattutto quelli virtuosi, che i soldi li hanno. Ci vuole un nuovo patto di stabilità. Caro Giulio, se vuoi avere ancora i voti della Lega in Parlamento non toccare più gli artigiani e le piccole imprese, altrimenti metti in ginocchio il nord». Infine, il tema delle elezioni. Bossi ha negato le voci circa l’interesse della Lega per un ritorno alle urne, ma questa dichiarazione ha scatenato i fischi della platea. «Se adesso facciamo cadere Berlusconi, – ha detto il ministro, – favoriamo la sinistra. Non ci prenderemo la responsabilità di far andare in malora il Paese». I leghisti del “pratone” non hanno gradito evidentemente la posizione del proprio capo, dando ragione a quei sondaggi che indicavano nell’alleanza con Silvio Berlusconi il principale motivo di dissenso interno al movimento verde. In risposta, Bossi ha tirato fuori una straordinaria confusione nella storia d’Italia, prendendo ad arrancare su improbabili connessioni nel primo trentennio del Regno d’Italia: «La destra storica durò 15 anni e finì quando Bava Beccaris andò a sparare in piazza a Milano, la sinistra storica durò anche lei 15 anni, poi Giolitti: è quasi fatale che ogni 15 anni c’è un vento nuovo». Per dovere intellettuale, la Destra Storica cadde nel 1876 insieme col governo Minghetti; la Sinistra Storica si dissolse nel 1882 con Depretis e il trasformismo; il generale Bava Beccaris sparò sulla folla nel 1898; Giolitti fu onnipresente dal 1892 al 1921.
Umberto Bossi è apparso a tratti in seria difficoltà, forse gravato dal peso degli striscioni che inneggiavano a Roberto Maroni quale presidente del Consiglio. Il nome del ministro dell’Interno, non in tuta da giardiniere (con rispetto per la categoria, naturalmente) come gli onorevoli colleghi, ma con un normale completo che di verde aveva solo la cravatta e di fuori luogo solo le scarpe da ginnastica abbinate, è risuonato spesso tra la folla, ed è stato perennemente aleggiante lungo tutto l’intervento di Bossi. Maroni è apparso al centro dell’interesse dei militanti leghisti, al punto da poter sospingere il Senatùr verso legittimi dubbi sulla propria posizione. Probabilmente, la minuziosità delle proposte del capo del Carroccio rappresenta la preventiva costruzione di una via di fuga: maggiori sono i dettagli individuati nei progetti politici, maggiore è la necessità del dialogo e del compromesso, ossia è più facile rinviare e tergiversare. È possibile che la base della Lega Nord stia intravedendo l’avvicinamento di Bossi ai paradigmi del potere romano, col conseguente allontanamento dalla foga e dall’istinto separatista del Carroccio. Non a caso, mentre salivano gli inni in favore della secessione, il Ministro è apparso un po’ lento nella reazione, rispondendo con una serie di «Padania libera!» forse un po’ forzata. 
Il 19 giugno di Pontida è stato dominato più dal cattivo gusto degli pseudo-vichinghi scorrazzanti in verde, dalla volgarità di Bossi nei riferimenti ai giornalisti e nelle similitudini sessuali rivolte a Pierluigi Bersani, e dal disordine degli interventi dei vertici leghisti, piuttosto che dall’originalità delle proposte politiche e della capacità programmatica. Resteranno ancora da chiarire un paio di dilemmi: il futuro del governo è legato a Umberto Bossi o alla base leghista? E ancora: siamo sicuri che la sinistra debba lanciare continui inviti al Carroccio senza reali comunioni d’intenti? Forse che il federalismo del Pd sia lo stesso di quello della Lega? O forse l’approccio da sinistra al movimento padano è simile alla condotta del seduttore di Kierkegaard, mirato più al piacere dell’atto della conquista e al dispetto verso gli altri corteggiatori, invece che a una reale finalità amatoria o sentimentale? I prossimi mesi renderanno chiari all’opinione pubblica i margini di progresso dell’azione di governo e la volatilità delle probabilità di nuovi assesti del sistema politico italiano. Certo è che anche la dirigenza della Lega sembra entrare nella crisi tanto temuta dai militanti, adagiandosi sulla immobilità tipica dei partiti italiani storicizzati.
Risultato? Il Kiwi lancia un’ulteriore domanda: chi ha paura di Umberto Bossi? Vedendo i risultati di oggi, forse in pochi. Men che mai Maroni.
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Pubblicato il 19 giugno 2011
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