Alcune note sull’ipotesi militare israeliana in Iran.

Pubblicato il 11 novembre 2011

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di Beniamino Franceschini

Un F-16 israeliano.

Le recenti dichiarazioni della IAEA, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica, sono state dirette e preoccupanti: l’Iran non solo avrebbe ormai intrapreso un programma nucleare non limitato all’esclusivo uso civile, ma addirittura sarebbe a un passo dalla realizzazione della bomba atomica. Quanto effettivamente Teheran sia prossima al possesso di un arsenale del genere non è purtroppo argomento noto. Agli scienziati iraniani potrebbero occorrere ancora mesi o settimane, difficilmente anni.

Contestualmente, in Israele il dibattito pubblico si divide aspramente tra i sostenitori dell’attacco preventivo all’Iran e quelli dell’apertura di un serio tavolo di mediazione. L’ipotesi del raid aereo di Tel Aviv per molti è assai suggestiva, soprattutto perché è necessario tenere sempre ben presente come il possesso dell’arma atomica da parte degli iraniani non sia una problematica soltanto militare, bensì anche geopolitica.

Dal punto di vista della Repubblica islamica, infatti, la realizzazione di un arsenale atomico e la propaganda a esso legata rappresenterebbero importanti strumenti di pressione su tutta l’area, ma, in particolar modo, su Israele e Arabia Saudita, intendendo con questi due Paesi, senz’altro gli obiettivi primari degli Ayatollah, anche gli Stati Uniti. Naturalmente, allo stesso modo, tale eventualità metterebbe in allarme l’altro grande rivale regionale dell’Iran, ossia la Turchia. La carta che gli iraniani vogliono giocare è il ritorno al valore della “politica della deterrenza”, laddove concessioni strappate alle potenze avversarie sulla base della minaccia atomica potrebbero spingere altri Paesi in possesso di armamento simile a ricercare soluzioni analoghe, con la conseguente ripresa sulla scena internazionale della Corea del Nord o l’innalzamento dei toni da parte del Pakistan.

Quanto a Israele, Netanyahu non deve restare in attesa e rischiare di fallire temporeggiando, pur essendo d’altronde altrettanto consapevole del mutamento della percezione nell’opinione pubblica: il governo israeliano non può ignorare la pressione del sentire comune, soprattutto dopo il ruolo che la società ha avuto nella liberazione del caporale Shalit. Da un punto di vista strettamente tecnico, nonostante il parere contrario di molti addetti ai lavori, Israele ha in realtà la capacità di condurre un ponte aereo verso le centrali nucleari iraniane.

A facilitare un’eventuale operazione militare potrebbero concorrere inoltre due importanti elementi, ossia il ritiro statunitense dall’Iraq e il ruolo dell’Arabia Saudita. Nell’arco di poco meno di due mesi, Washington avrà richiamato in patria tutti i propri soldati dal Paese dei due fiumi, cosicché per Israele, considerate le oggettive carenze tecnologiche e militari irachene, potrebbe essere molto semplice passare sui cieli dell’Iraq ed entrare in Iran non solo senza alcuna reazione di Baghdad, ma addirittura senza che i suoi radar se ne accorgessero. Se così fosse, il primo momento utile per l’esecuzione del piano d’attacco potrebbe essere, approssimativamente, tra la seconda metà di dicembre e l’inizio dell’anno prossimo. Da un po’ di tempo, oltretutto, in Israele è riportato un piano che prevedrebbe la disposizione degli aerei cisterna al confine tra Giordania e Iraq e l’individuazione di zone per atterraggi d’emergenza lungo le frontiere occidentali irachene.

Cartina con scenari di attacco militare israeliano all'Iran. © Davide Cazzoni, "Israel – Iran War Scenarios", http://uk.equilibri.net/articolo/11159/Israel___Iran_War_Scenarios_01011970

Il secondo punto da non dimenticare è l’eventuale appoggio che l’Arabia Saudita potrebbe offrire a Tel Aviv per colpire lo storico rivale proprio nel culmine della crisi tra Rihad e Teheran riguardo Yemen, Bahrein e Siria, nonostante l’importante incognita citata nelle prossime righe. In caso di attacco, la reazione più immediata dell’Iran, ancor prima della pioggia di missili o dell’allargamento del conflitto, potrebbe consistere sia nel blocco dello Stretto di Hormuz, sia nell’inasprirsi della presenza terroristica in Israele (ma anche in Turchia, Libano e Arabia Saudita). Teheran, nonostante i toni elevati e l’ostentata aggressività, difficilmente agisce senza riflettere, soprattutto in un momento nel quale i vertici dello Stato si trovano nella fase di profondo conflitto tra Ahmadinejad e Khamenei. Tuttavia (ed ecco l’incognita cui si faceva riferimento) la minaccia del blocco navale del Golfo persico potrebbe spingere persino l’Arabia Saudita a intervenire per evitare ogni azione israeliana, magari tentando di preallarmare gli iracheni tramite i pakistani: un’ipotesi contorta, ma da non escludersi soprattutto se posta in relazione agli ingenti danni economici che ne deriverebbero alla Casa Saud.

Non bisogna poi dimenticare che la Cina ha già mostrato segni d’insofferenza alla pressione internazionale sull’Iran, rendendo preventivamente difficile l’unanimità in una sede multilaterale ampliata. Da par suo la Russia, pur mantenendo una posizione formale analoga a quella di Pechino, ha in realtà un forte interesse per la degenerazione dei contrasti tra Iran e Israele per almeno tre ragioni. Innanzitutto, un blocco dello Stretto di Hormuz causerebbe la conseguente riduzione delle esportazioni di petrolio iracheno e saudita, favorendo la produzione di Mosca. In secondo luogo, la Russia ha un importante ruolo nella fornitura di tecnologia e materie prime utili allo sviluppo del progetto nucleare iraniano, così come, infine, di gran parte dei sistemi di difesa antiaerea e missilistica della Repubblica islamica.

Al contrario, gli Stati Uniti non possono non scongiurare un attacco che mostrerebbe in pieno la loro difficoltà di reazione nell’area, andando ad appesantire la già problematica azione in politica estera dell’amministrazione Obama e accelerando nuovi assestamenti diplomatici fuori dal controllo di Washington.

Sebbene pertanto le criticità e le premesse per un potenziale conflitto siano forti e presenti, l’azione militare (che di per sé non rappresenta un’ottimizzazione utilitaristica) comporterebbe troppi rischi innanzitutto per lo stesso Stato d’Israele, dalla cui sicurezza passa la stabilità di tutto il Mediterraneo e del mondo occidentale in generale. Probabilmente, l’unica soluzione consiste nella progressiva reintegrazione dell’Iran nella vita internazionale, ossia nel ridurre la gabbia d’isolamento nella quale gli Stati Uniti hanno nel tempo rinchiuso Teheran. Questo soprattutto perché da un lato Washington non è più in grado di mantenere ben unite le barre di contenimento dell’Iran; dall’altro lato, un serio tavolo di negoziazione forte e decisa potrebbe facilitare un allentamento della tensione repressiva interna alla Repubblica Islamica nei confronti delle istanze di libertà e democrazia. Le stesse resistenze dei vertici iraniani possono essere aggirate qualora si riescano a trovare argomenti convincenti, ossia ci si soffermi a interpretare che cosa realmente possa essere concesso agli Ayatollah. Da non escludere, seppur rischioso, è il consistente inasprimento delle sanzioni economiche contro Teheran, purché, tuttavia, esse siano mirate, efficientemente circoscritte e dirette a colpire ambiti nei quali l’efficacia sia garantita e concreta, non solo apparente.

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