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	<description>«Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere».        (Gaetano Salvemini)</description>
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		<title>Il dilemma siriano.</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 06:49:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beniamino Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’articolo di ieri sulla no-fly zone in Siria ha ispirato alcuni commenti, tra i quali sensati dubbi sulla possibilità di attuare davvero un blocco aereo nel Paese. Stante la situazione attuale, un intervento del genere non è ovviamente possibile, salvo mettere in conto serie perdite di uomini e mezzi e procedere cominciando da un intenso [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1226&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ilkiwi.com/2013/05/23/la-no-fly-zone-in-siria-e-lipocrisia-europea/">L’articolo di ieri sulla <b><i>no-fly zone</i> in Siria</b></a> ha ispirato alcuni commenti, tra i quali sensati dubbi sulla possibilità di attuare davvero un blocco aereo nel Paese. Stante la situazione attuale, un intervento del genere non è ovviamente possibile, salvo mettere in conto serie perdite di uomini e mezzi e procedere cominciando da un intenso attacco contro le postazioni difensive siriane (i russi hanno fornito una buona quantità di armamenti antiaerei e antinavali ad Assad). Taluni ritengono che l’esempio della realizzabilità della <i>no-fly zone</i> siano le incursioni israeliane in Siria, ma, a parer mio, il paragone non è pertinente, poiché si tratta appunto di raid episodici e a quota bassa, quindi concettualmente opposti al pattugliamento aereo continuato. Raggiungere un reale controllo dei cieli siriani, pertanto, oltre a non rappresentare di per sé un vero fattore di alterazione degli equilibri in campo, implica un <b>rischio molto elevato</b>.</p>
<p>Qual è quindi la soluzione? Credo che la crisi siriana sia un classico “<b>dilemma</b>”, ossia un caso storico e politologico nel quale ogni proposta avrebbe più svantaggi che vantaggi. La guerra civile in Siria può essere affrontata su tre livelli: quello interno, quello arabo e quello internazionale. Il problema, però, è che a scontrarsi nel Paese non sono solo le fazioni pro e contro Assad, bensì anche i blocchi <b>sunnita e sciita </b>e le grandi potenze globali, una vera e propria “guerra mondiale”, come l’ha definita a ragione “<a href="http://temi.repubblica.it/limes/guerra-mondiale-in-siria/42811">Limes</a>”. Considerato che da un lato non sarà possibile attendere che le ostilità si risolvano autonomamente e che dall’altro lato i Paesi arabi si trovano in profondo dissenso sull’argomento, resta soltanto la comunità internazionale a poter favorire un esito positivo, mantenendo l’obiettivo primario sulla necessità di evitare un eccessivo allargamento (non necessariamente militare) a <b>Giordania</b>, <b>Iraq</b> e <b>Libano</b>.</p>
<p>Tuttavia, una missione <b><i>boots on the ground</i></b> sarebbe al momento impensabile, poiché, al di là del pericolo di un nuovo pantano peggiore dell’Afghanistan, esso avrebbe <i>in nuce</i> le potenzialità di degenerare rapidamente e su ampia scala in modo drammatico. Ricorrere al principio della <b><i>Responsibility to Protect</i></b> non è poi così semplice: il concetto, infatti, non si riferisce soltanto al dovere morale di reagire, ma include anche lo scopo di ribaltare un regime (termine da intendersi con accezione politologica) per sostituirlo con un altro, nonché la certezza che l’azione abbia un alto tasso di probabilità di successo. In sostanza, due dei tre requisiti dell’intervento sulla base del <i>R2P</i> non ci sono, mancando sia l’accordo multilaterale sugli equilibri post-bellici (in poche parole chi sostenere nel conflitto), sia l’assicurazione di un’operazione militare facile. Sospendendo il giudizio sulla condotta russa, mi soffermo rapidamente su quella occidentale, tendenzialmente contraria ad Assad: fintanto che gli Stati Uniti e i Paesi europei si limiteranno soltanto a finanziare gli insorti, lo scenario più probabile sarà lo stallo, il che non esclude la possibilità che i fronti ribelli si frantumino e si scontrino tra loro.</p>
<p>Dobbiamo innanzitutto avere consapevolezza che la situazione è in gran parte <b>compromessa</b>, poiché i diversi interessi degli attori internazionali hanno polarizzato gli schieramenti e ampliato a dismisura il livello di militarizzazione delle fazioni, cosicché qualsiasi soluzione della guerra civile dovrà svilupparsi nel lungo periodo: dimentichiamoci che in un paio d’anni in Siria tutto possa tornare alla normalità. Non si tratta solo di essere favorevoli o contrari a una missione militare internazionale, perché il ventaglio di opzioni è molto più variegato e sfumato. L’unica soluzione è nel ricorso a misure pervasive di <b><i>smart power</i></b>: la via diplomatica intrapresa dalla Russia è inutile di per sé, ma qualora vi fosse un’intesa per un’azione condivisa, la vicenda potrebbe mutare rapidamente. Ogni parte dovrà compiere un passo indietro: questo è il vero problema. L’obiettivo della comunità internazionale dovrebbe essere riuscire a governare la transizione. Evidentemente, la Siria non potrà continuare a essere amministrata da Assad, questo deve essere compreso da tutti, ma, al contempo, non si potrà attribuire a ogni gruppo dell’opposizione lo stesso tipo di fiducia. L’arco delle possibilità, infatti, oscilla tra la dittatura militare e il deserto dei jihadisti: nel mezzo ci sono situazioni alternative. L’Occidente sa davvero chi sta finanziando e chi sta rifornendo di armi, per esempio?</p>
<p>L’impressione è che si stia pensando (ma questo vale anche per la Russia) in modo molto limitato, quasi l’obiettivo fosse solo vincere il prima possibile, senza riflettere su chi si approprierà dei meriti e di chi gestirà il periodo post-bellico. Il passo prioritario sarebbe costituire un <b>contingente internazionale di <i>peacekeeping </i></b>per la difesa della popolazione civile e la creazione di <b>corridoi umanitari</b> da difendere con la forza, per l’accoglienza dei rifugiati e l’alleggerimento dei campi profughi oltreconfine. La comunità internazionale cominci a lavorare su questo progetto, quindi, anziché immettere quantitativi industriali di armi, mercenari e sostegni finanziari alle fazioni in campo, si impegni a comprendere quale sia l’assetto verso il quale condurre la Siria, perché il Paese – lo ripeto – da camera di compensazione delle singole istanze geopolitiche dei principali attori globali si sta trasformando in ossario.</p>
<p style="text-align:right;"><strong>Beniamino Franceschini<br />
<a href="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2012/07/3_11971203731299323252flomar_kiwi_bird_2-svg-med31.jpg"><img title="3_11971203731299323252flomar_kiwi_(bird)_2.svg.med3" alt="" src="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2012/07/3_11971203731299323252flomar_kiwi_bird_2-svg-med31.jpg?w=640" /></a></strong></p>
<p><em>Immagine: © <em><a href="http://images.search.yahoo.com/images/view;_ylt=A0PDoKziCp9RWFMAjouJzbkF;_ylu=X3oDMTBpMG5jZWVrBHNlYwNsaWMtc3IEc2xrA2ltZw--?back=http%3A%2F%2Fimages.search.yahoo.com%2Fsearch%2Fimages%3Fp%3Dwar%2Bsyria%26imgl%3Dcc%26ei%3Dutf-8%26y%3DSearch%26fr%3Dsfp-img%26ri%3D27&amp;w=1535&amp;h=1024&amp;imgurl=d3.yimg.com%2Fsr%2Fflcr%2F1%2Fa27792a9-7250-359b-915d-d3895b7384e0&amp;rurl=http%3A%2F%2Fwww.flickr.com%2Fphotos%2Fsyriafreedom%2F8310955460%2F&amp;size=301KB&amp;name=The+city+of+Aleppo+has+been+ruined+by+the+civil+war.&amp;p=war+syria&amp;oid=a27792a9-7250-359b-915d-d3895b7384e0&amp;fr2=&amp;fr=sfp-img&amp;tt=The+city+of+Aleppo+has+been+ruined+by+the+civil+war.&amp;b=0&amp;ni=40&amp;no=27&amp;ts=&amp;c=44%2C0%2C243%2C198&amp;s=0&amp;imgl=cc&amp;prtnr=MMFlickr&amp;sigr=11lrqh39n&amp;sigb=133uv1mk4&amp;sigi=11q9vfjpg&amp;.crumb=Mkl1WN3jaKR&amp;fr=sfp-img" target="_blank">FreedomHouse</a></em>.</em><strong><em><br />
</em></strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilkiwi.wordpress.com/1226/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilkiwi.wordpress.com/1226/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1226&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La no-fly zone in Siria e l&#8217;ipocrisia europea.</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 09:25:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beniamino Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per quanto si possa dire, l’ipotesi della no-fly zone in Siria è ancora sul tavolo di molte cancellerie in tutto il mondo. Tuttavia, sull’argomento non c’è assolutamente accordo tra i vari attori, per motivi sia politici, sia tecnici ed economici. La posizione più ambigua è senz’altro degli Stati Uniti, con Obama che oscilla tra la [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1220&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;">Per quanto si possa dire, l’ipotesi della <b><i>no-fly zone</i> in Siria </b>è ancora sul tavolo di molte cancellerie in tutto il mondo. Tuttavia, sull’argomento non c’è assolutamente accordo tra i vari attori, per motivi sia politici, sia tecnici ed economici. La posizione più ambigua è senz’altro degli Stati Uniti, con <b>Obama</b> che oscilla tra la consapevolezza del delicato mosaico nel quale si andrebbe operare – a ogni tessera corrisponde un ordigno – e le pressioni dei sostenitori del principio <i>R2P</i> (<b><i>Responsibility to Protect</i></b>) molto caro a settori trasversali dell’opinione pubblica americana, soprattutto tra i democratici. Altra condotta ambigua è quella turca, poiché ad Ankara da un lato si spera di neutralizzare la Siria, dall’altro, però, si teme la deflagrazione della questione curda, cosicché <b>Erdogan</b> si trova ad alternare misure tendenzialmente preparatorie (schieramento di missili “Patriot”, pattugliamenti intensificati, sporadiche incursioni oltreconfine) a raffreddamenti alle aspettative provenienti in particolar modo da ambienti <b>NATO</b>.</p>
<p>Più nette, invece, sono le intenzioni di <b>Russia</b> e <b>Cina</b>, con Mosca a supporto del mantenimento dell’equilibrio imperniato su Assad e comunque di una – improbabile – svolta diplomatica, mentre Pechino rimane piuttosto in disparte, lasciando però intendere che non voterebbe a favore di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’<b>ONU</b> che avviasse un’azione militare (probabile l’astensione).</p>
<p>A proporre con forza la necessità dell’impegno sono l’<b>Arabia Saudita </b>e il <b>Qatar</b>: l’obiettivo è aprire manifestamente il nuovo fronte dello scontro tra sunniti e sciiti già avviato con la gestione delle “Primavere” arabe e degli eventi contestuali e consequenziali.</p>
<p>Che farebbe invece l’<b>Europa</b>? Resterebbe impantanata nell’<b>ipocrisia del formalismo</b>, lanciando ecumenici appelli per la pace e la concordia nelle imminenze dell’azione, quindi, giunta la legittimazione dell’ONU, dichiarerebbe che le scelte giuste talvolta causino dubbi cocenti. Il problema non è la posizione circa un intervento militare in Siria, bensì l’atteggiamento ambiguo dell’Unione in ogni crisi internazionale: non si può affettare ripudio e indignazione per la guerra civile in corso restando immobili.</p>
<p>È risaputo che, ormai, l’unica soluzione alla vicenda è militare, soprattutto perché la fitta rete di finanziamenti, rifornimenti e sostegni politici all’una o all’altra fazione ha raggiunto un’ampiezza tale che <b>ogni altra possibilità è del tutto compromessa</b>. Il conflitto in Libia, cioè il modello di <i>no-fly zone</i> più recente, ha posto in risalto tre seri problemi, tutti già noti, ma prepotentemente tornati alla ribalta. Il primo è che qualsiasi impegno militare internazionale necessiti del <b>contributo degli Stati Uniti</b>, in quanto unici a disporre delle risorse per affrontare lo sforzo bellico. Il secondo (strettamente connesso al precedente) riguarda proprio le forze in campo. Ammettiamo che in Siria sia dispiegata una forza aerea per attuare la <i>no-fly zone</i> composta da Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Qatar. Un’operazione sullo stile di quella condotta in Libia richiederebbe la distruzione preliminare di installazioni sensibili e difese aeree, vale a dire bombardamenti con effetti collaterali e spese notevoli per gli armamenti. Servirebbero poi radar volanti (AWACS) per tenere sotto controllo il traffico e velivoli cisterna: i Paesi dell’eventuale “<b>Sunni</b><b> Shield</b>” non avrebbero i <b>mezzi</b> adeguati. Infine, il terzo problema, più evidente, è che – ahimè – <b>le guerre si vincono sul terreno</b>, con la conquista fisica degli obiettivi e il controllo del territorio. Tutto, ovviamente, sospendendo la valutazione sulle modificazioni della conformazione geopolitica del Vicino Oriente.</p>
<p>Per di più, l’intervento sarebbe <b>doppio</b>, poiché si dovrebbe agire sia contro Assad, sia, al contempo, contro le fazioni islamiste radicali e banditesche degli insorti. A essere certo, ormai, è solo che la Siria stia diventando, con la massima responsabilità di ogni attore in gioco a livello internazionale, un <b>vasto cimitero nel deserto</b>.</p>
<p style="text-align:right;"><strong>Beniamino Franceschini<br />
<a href="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2012/07/3_11971203731299323252flomar_kiwi_bird_2-svg-med31.jpg"><img title="3_11971203731299323252flomar_kiwi_(bird)_2.svg.med3" alt="" src="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2012/07/3_11971203731299323252flomar_kiwi_bird_2-svg-med31.jpg?w=640" /></a></strong></p>
<p style="text-align:right;">
<p><em>La foto contenuta nell&#8217;articolo è stata scattata ad Azaz, in Siria, nel 2012 da  <a href="http://images.search.yahoo.com/images/view;_ylt=A0PDoKn.3Z1RLwgAmQaJzbkF;_ylu=X3oDMTBpMG5jZWVrBHNlYwNsaWMtc3IEc2xrA2ltZw--?back=http%3A%2F%2Fimages.search.yahoo.com%2Fsearch%2Fimages%3Fp%3Dwar%2Bin%2Bsyria%26imgl%3Dcc%26ei%3Dutf-8%26ri%3D4&amp;w=1545&amp;h=1024&amp;imgurl=d3.yimg.com%2Fsr%2Fflcr%2F1%2F5c6e0469-8441-3c23-81a9-79601c49ddd3&amp;rurl=http%3A%2F%2Fwww.flickr.com%2Fphotos%2Fchristiaantriebert%2F7955551210%2F&amp;size=262KB&amp;name=Azaz%2C+Syria&amp;p=war+in+syria&amp;oid=5c6e0469-8441-3c23-81a9-79601c49ddd3&amp;fr2=&amp;fr=&amp;tt=Azaz%2C+Syria&amp;b=0&amp;ni=40&amp;no=4&amp;ts=&amp;c=97%2C0%2C296%2C198&amp;s=0&amp;imgl=cc&amp;prtnr=MMFlickr&amp;sigr=11rukdlff&amp;sigb=12hp0trs2&amp;sigi=11q7f1iuk&amp;.crumb=Mkl1WN3jaKR&amp;">Christiaan Triebert</a>.</em><strong><em><br />
</em></strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilkiwi.wordpress.com/1220/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilkiwi.wordpress.com/1220/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1220&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;unione dei BRICS ha un senso?</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 09:39:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beniamino Franceschini</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Per caso stamani mi sono imbattuto in una foto del vertice dei <b>BRICS</b> tenutosi a fine marzo in Sudafrica. Nell’immagine si vedevano in posa <b>Xi Jinping</b> (Cina), <b>Dilma Rousseff</b> (Brasile), <b>Vladimir Putin</b> (Russia), <b>Manmohan Singh</b> (India) e <b>Jacob Zuma</b> (Sudafrica). Il ritratto di gruppo di questi grandi leader mi ha richiamato alla mente un dubbio che mi insegue da tempo: ma cosa hanno da spartire questi cinque Paesi, così diversi l’uno dall’altro, sia economicamente, sia politicamente?</p>
<p>A ben guardare, la formalizzazione del rapporto dei BRICS è piuttosto recente, poiché il loro primo meeting è del 2009, con il Sudafrica che aderì alla formazione solo un anno dopo. Sicuramente, l’aspetto primario che tiene unito il gruppo è il <b>comune andamento economico positivo</b> da almeno dieci anni (salvo il Sudafrica), il che si traduce anche nella promozione di sistemi di produzioni alternativi a quelli occidentali, in un velato terzomondismo e in obiettivi politici ben precisi.</p>
<p>Tuttavia, ogni Paese dei BRICS ha un <b>proprio modello politico-economico </b>e, spesso, la gestione delle relazioni internazionali si tramuta in un vero <b>neo-imperialismo</b> non dissimile dall’arroganza dell’Occidente. Inoltre, i livelli di democraticità dei sistemi brasiliano, indiano e sudafricano non sono quelli della Cina e della Russia. Se si analizzano le diversità economiche, si nota che, per esempio, la Cina superi di gran lunga la produzione degli altri Paesi messi insieme; che il Brasile stia rallentando; che l’India forse cominci ad accusare una sosta nella grande spinta avviata negli anni Novanta; che la Russia dipenda per lo più dalle esportazioni di petrolio e gas e che il Sudafrica, rispetto ai partner, abbia un ruolo marginale.</p>
<p>Sul piano politico, come può esserci concordia tra i partecipanti? Russia e Cina si affrontano in Asia centrale e, insieme con l’India, nell’intero continente asiatico; Cina e India hanno controversie ad alto rischio nell’Oceano Indiano; il Brasile e – ancora – la Cina hanno ingaggiato un duro scontro in Africa. Sinceramente, non riesco ancora a capire se i BRICS potranno trasformarsi in una vera organizzazione politica capace di condizionare la politica mondiale o se, casomai, eventuali modificazioni nelle dinamiche mondiali possano derivare solo dall’influenza dei singoli Paesi membri, quasi si trattasse di un blocco costruito <b>forzatamente</b> per dimostrare l’inevitabilità del contrasto all’Occidente: tutti gli “altri” a ogni costo contro l’imperialismo e il capitalismo euroamericani. Al momento lancio questa provocazione, sulla quale io per primo non posso che riflettere.</p>
<p style="text-align:right;"><strong>Beniamino Franceschini<br />
<a href="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2012/07/3_11971203731299323252flomar_kiwi_bird_2-svg-med31.jpg"><img title="3_11971203731299323252flomar_kiwi_(bird)_2.svg.med3" alt="" src="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2012/07/3_11971203731299323252flomar_kiwi_bird_2-svg-med31.jpg?w=640" /></a></strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilkiwi.wordpress.com/1211/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilkiwi.wordpress.com/1211/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1211&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Crisi in Centrafrica.</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 14:24:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beniamino Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Beniamino Franceschini da IL CAFFE’ GEOPOLITICO, 25 marzo 2013 Da dicembre la Repubblica Centrafricana è sconvolta dagli scontri tra Seleka, alleanza dei ribelli, e le truppe governative del Presidente Bozizé. Dopo una parvenza di tregua all’inizio del 2013, gli insorti hanno ripreso l’offensiva, conquistando la capitale e costringendo alla fuga il capo dello Stato. Nel [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1207&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Beniamino Franceschini</em></p>
<p>da <a href="http://www.ilcaffegeopolitico.net/"><strong>IL CAFFE’ GEOPOLITICO</strong>,</a> 25 marzo 2013</p>
<p><i>Da dicembre la Repubblica Centrafricana è sconvolta dagli scontri tra Seleka, alleanza dei ribelli, e le truppe governative del Presidente Bozizé. Dopo una parvenza di tregua all’inizio del 2013, gli insorti hanno ripreso l’offensiva, conquistando la capitale e costringendo alla fuga il capo dello Stato. Nel frattempo, nel Paese restano i contingenti di Ciad e Sudafrica, mentre la Francia invia 300 soldati per difendere i propri cittadini. In molte zone l’anarchia è sfociata in saccheggi e violenze: si prospetta una nuova guerra silenziosa in una regione ricca di materie prime e a cavallo tra Africa subsahariana e Sahel, ma vittima di oltre cinquant’anni di crisi umanitarie? 5 domande e 5 risposte per capire la crisi in Centrafrica.</i><b><br />
</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.ilcaffegeopolitico.net/wp-content/uploads/2013/03/Central_African_Republic_2012_Battles.svg_.png"><img alt="Licenza CC: commons.wikimedia.org." src="http://www.ilcaffegeopolitico.net/wp-content/uploads/2013/03/Central_African_Republic_2012_Battles.svg_-300x207.png" width="300" height="207" /></a><p class="wp-caption-text">Mappa della Repubblica Centrafricana con indicato il percorso della marcia di Seleka a gennaio.</p></div>
<p><b>Cosa sta accadendo nella Repubblica Centrafricana?</b></p>
<p>Alla fine del 2012, <b>Seleka</b>, una coalizione eterogenea composta da vari gruppi, tra i quali la Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace (CPJP) e l’Unione delle forze democratiche per l’unita (UFDR), si è mossa verso la capitale, Bangui. L’obiettivo primario era costringere il presidente <b>Fran</b><b>çois Bozizé </b>da un lato ad avviare una fase di disarmo sia delle fazioni armate, sia delle milizie governative, dall’altro ad aprire un’inchiesta reale sulla morte di <b>Charles Massi</b>, capo del CPJP deceduto nel 2010 in circostanze non chiare. Tuttavia, la reazione scomposta del Presidente e la consapevolezza da parte di Seleka di poter sostenere uno scontro diretto con l’esercito hanno convinto l’alleanza a mirare direttamente alla guida di una fase di transizione. Dopo una tregua sottoscritta a <b>Libreville</b> (Gabon) a gennaio, secondo la quale Bozizé sarebbe rimasto al potere fino alle <b>elezioni del 2016</b>, gli scontri sono ricominciati con ancora più vigore, tanto che gli armati di Seleka sono entrati tra il 23 e il 24 marzo nella <b>capitale</b> e hanno costretto il Presidente alla fuga. Secondo alcuni osservatori, dietro agli insorti ci sarebbero ingenti finanziamenti dall’estero e collegamenti sia con <b>M-23</b> (Repubblica democratica del Congo), sia con il <b>Lord’s</b><b> Resistance Army </b>di Joseph Kony (Uganda e Paesi limitrofi). Addirittura, fonti locali hanno rivelato che Seleka sia costituita soprattutto da mercenari stranieri. Quel che è certo è che il movimento abbia avuto origine nel <b>Nordest</b> della Repubblica Centrafricana, una regione <b>storicamente trascurata</b>, abbandonata a ridosso dei confini senza controllo con Ciad e Sudan e a maggioranza musulmana (il resto del Paese è prevalentemente cristiano). Il fattore religioso, però, non è la causa della rivolta, nonostante alcuni testimoni riferiscano di chiese date alle fiamme durante la marcia di Seleka. È indubbio, inoltre, che i miliziani abbiano atteso la fase di smobilitazione di <b>MICOPAX</b>, la missione di <i>peacekeeping </i>della Comunità economica dell’Africa centrale.</p>
<p><b>Quali sono le prospettive nel breve periodo?</b></p>
<p>Il presidente Bozizé dovrebbe essere in fuga verso la Repubblica democratica del Congo, mentre in Centrafrica sono arrivate nuove truppe da <b>Ciad</b> (sul campo da alcuni mesi) e <b>Sudafrica</b>, a sostegno delle Forze governative, oltre a <b>300 soldati francesi</b> per la tutela dei cittadini transalpini. Attualmente in Centrafrica non esiste un’autorità di riferimento, poiché attorno alla capitale e alle maggiori città stanno ancora proseguendo gli scontri. Il capo di Seleka, <b>Michel Djotodia</b>, si è proclamato Presidente, quindi è stato costituito un Governo provvisorio guidato da <b>Nicolas Tiangaye</b>: i ribelli hanno confermato la propria volontà di proseguire sulla strada dell’accordo di gennaio e di quelli precedenti, ossia avviare una fase di transizione che conduca alle <b>elezioni del 2016</b>. Ciad, Francia e Stati Uniti stanno sollecitando Seleka a deporre le armi e ad ampliare il percorso previsto dalla tregua di Libreville anche alle componenti governative. I Paesi confinanti e le potenze impegnate nel Paese stanno operando affinché gli insorti non riescano ad abbattere completamente il sistema, poiché sarebbe un incoraggiamento per i gruppi ribelli dell’Africa centrale, soprattutto per M-23. Oltretutto, la vittoria di Seleka rappresenterebbe un fallimento sia per l’<b>ECCAS</b>, che vedrebbe vanificato il proprio (già ambiguo) lavoro di gestione della crisi, sia per gli Stati che hanno garantito una qualche protezione a Bangui, ossia il Ciad e il Sudafrica, con il quale esiste un accordo segreto di assistenza militare. A questo punto, le alternative sono tre: una <b>mediazione</b> che riporti Bozizé alla guida di un Governo di unità nazionale (ipotesi favorita dalle forze democratiche), un <b>esecutivo ampliato </b>a tutte le componenti, ma senza Bozizé (progetto gradito ai ribelli), oppure una <b>transizione guidata totalmente da Seleka</b> (improbabile, perché inasprirebbe il conflitto e sarebbe osteggiata dalla comunità internazionale).</p>
<p><b>Qual è la natura dell’intervento francese?</b></p>
<p>Nella Repubblica Centrafricana vivono circa <b>1.200 cittadini francesi e 250 militari</b>. Il ministro degli Esteri di Parigi, <b>Laurent Fabius</b>, ha comunicato che non sussista alcun pericolo per loro e che, quindi, non sia necessaria un’operazione di evacuazione. Tuttavia, il presidente Hollande ha disposto l’invio di altri <b>350 soldati</b>, al momento per il solo rafforzamento della sicurezza dei cittadini francesi e delle strutture diplomatiche. Secondo fonti ufficiali di Parigi, il contingente non avrà altri compiti, né potrà essere coinvolto in operazioni a sostegno delle fazioni in campo: «Non siamo stati né minacciati, né presi di mira e non siamo un obiettivo. La Francia non è parte in causa nella vicenda e non favorirà alcuno schieramento» (“<a href="http://www.leparisien.fr/international/centrafrique-300-soldats-francais-ont-ete-envoyes-en-renfort-24-03-2013-2666801.php">Le Parisien</a>”). <b>Hollande</b> ha avuto un colloquio con <b>Ban Ki-Moon</b>, ma è <b>improbabile</b> che la Francia possa spingersi a intraprendere una missione su vasta scala come in Mali.</p>
<p><b>C’è un collegamento con la crisi in Mali?</b></p>
<p>No, <b>non c’è alcun collegamento diretto</b>, poiché si tratta di due regioni storicamente diverse e di dinamiche non assimilabili. Nonostante ci sia da parte di alcuni membri di Seleka la tendenza a riferirsi alla lotta delle popolazioni musulmane del Nordest del Paese contro il Governo centrale, <b>il fattore religioso non è la causa scatenante dell’insurrezione</b> e non ci sono istanze indipendentiste. Durante l’avanzata degli insorti verso la capitale ci sono stati episodi molto gravi di violenza, con varie chiese cristiane distrutte, ma per molti analisti è più probabile si tratti di casi di puro banditismo e di singole fazioni che non rappresentano la volontà di Seleka di aprire un conflitto religioso. Ancora non sono state confermate le notizie circa la presenza di un elevato numero di combattenti provenienti dall’estero, né, sebbene sicuramente siano impegnati anche gruppi dell’Islam radicale, è possibile determinare per adesso quanto essi siano effettivamente organizzati e quanto possano influenzare i vertici di Seleka.</p>
<p><b>Quali rischi possono derivare dal collasso della Repubblica Centrafricana?</b></p>
<p>In ottica geopolitica marcoregionale, è evidente che il Centrafrica sia in una <b>posizione strategica</b>, a cavallo tra l’Africa subsahariana e il Sahel, oltre a essere un Paese ricco di <b>diamanti</b>, <b>oro</b>, <b>petrolio</b> e <b>uranio</b>. Se la situazione non fosse gestita con lo specifico obiettivo di conciliare gli schieramenti in modo più ampio possibile, un ulteriore incremento dell’instabilità porterebbe a un preoccupante vuoto proprio nel punto di connessione tra il <b>corridoio islamista </b>che unisce il Corno d’Africa all’Africa nordoccidentale e l’area d’azione di alcuni tra i più organizzati <b>gruppi ribelli </b>del continente. La sicurezza – anche economica e sanitaria – nella regione era già difficilmente controllabile, cosicché il crollo della Repubblica Centrafricana minerebbe profondamente la <b>precaria stabilità </b>dello scacchiere. Bisogna specificare, però, che l’azione di Seleka debba essere letta alla luce delle <b>dinamiche storiche </b>della Repubblica Centrafricana, costantemente vittima di colpi di Stato e mutamenti violenti dei vertici di potere, senza istanze secessioniste o marcatamente religiose. A intimorire, pertanto, è un’ulteriore diminuzione del controllo del territorio, quindi una notevole facilitazione per il transito di <b>traffici illeciti</b> lungo frontiere pressoché inesistenti.</p>
<p style="text-align:right;"><strong>Beniamino Franceschini<br />
<a href="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2012/07/3_11971203731299323252flomar_kiwi_bird_2-svg-med31.jpg"><img title="3_11971203731299323252flomar_kiwi_(bird)_2.svg.med3" alt="" src="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2012/07/3_11971203731299323252flomar_kiwi_bird_2-svg-med31.jpg?w=640" /></a></strong><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>La versione originale dell’articolo può essere letta qui: </strong><a href="http://www.ilcaffegeopolitico.net/6441/crisi-in-centrafrica">Crisi in Centrafrica</a>.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilkiwi.wordpress.com/1207/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilkiwi.wordpress.com/1207/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1207&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>[Risultati del sondaggio] Che opinione hai riguardo alla scelta del Governo di trattenere in Italia i marò Latorre e Girone?</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2013 11:28:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beniamino Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di seguito i risultati del sondaggio appena concluso: che opinione hai riguardo alla scelta del Governo di trattenere in Italia i marò Latorre e Girone? &#160;<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1202&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Di seguito i risultati del sondaggio appena concluso: che opinione hai riguardo alla scelta del Governo di trattenere in Italia i marò Latorre e Girone?</p>
<p><a href="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2013/03/immagine.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1203" alt="Immagine" src="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2013/03/immagine.jpg?w=594&#038;h=331" width="594" height="331" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2013/03/kiwi_nuovo1-e1363172373663.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1178" alt="Kiwi_nuovo" src="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2013/03/kiwi_nuovo1-e1363172373663.jpg?w=594"   /></a></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilkiwi.wordpress.com/1202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilkiwi.wordpress.com/1202/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1202&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Cannoni russi su Cipro.</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 14:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beniamino Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esteri, geopolitica e analisi internazionali]]></category>
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		<description><![CDATA[di Beniamino Franceschini da FANPAGE, 20 febbraio 2013 La vicenda di Cipro rischia di aprire un complesso scenario di scontro tra Europa e Russia con conseguenze di difficile previsione. Mosca, che conta importanti capitali esposti nella crisi cipriota, ha accusato la Germania di mirare alla confisca degli investimenti russi e ha dispiegato alcune navi da guerra [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1199&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Beniamino Franceschini</em></p>
<p>da <a href="http://www.fanpage.it/beniamino-franceschini/"><strong>FANPAGE</strong></a>, 20 febbraio 2013</p>
<p><strong>La vicenda di Cipro rischia di aprire un complesso scenario di scontro tra Europa e Russia con conseguenze di difficile previsione. Mosca, che conta importanti capitali esposti nella crisi cipriota, ha accusato la Germania di mirare alla confisca degli investimenti russi e ha dispiegato alcune navi da guerra tra la Siria e Cipro.</strong></p>
<p>Quanto sta accadendo a <b>Cipro</b> non è assolutamente da sottovalutare, ma il riferimento non è solo all’àmbito economico. Lo scontro che si profila è potenzialmente ancora più dirompente, poiché potrebbe compromettere vent’anni di <b>non-belligeranza cooperativa tra Germania e Russia</b>. Secondo le stime più accreditate, i capitali russi a Cipro ammonterebbero – direttamente e indirettamente – a una cifra <b>tra i 20 e i 22 miliardi di euro</b>, ai quali dovrebbero essere aggiunti i <b>2,5 miliardi di dollari </b>che Mosca prestò al Paese nel 2011 e un’esposizione che sfiorerebbe i <b>25 miliardi</b>. Pertanto non deve stupire che <b>Putin</b> abbia definito il piano UE-FMI per il “salvataggio” di Cipro una misura «ingiusta e pericolosa». Oltretutto, secondo <b>Christine Lagarde</b>, il prelievo sui conti correnti ciprioti potrebbe arrivare persino al <b>30% sopra i 500mila euro</b>.</p>
<p>Comunque, a impensierire i russi al punto da assumere posizioni al limite della bellicosità è stato il suggerimento dei negoziatori europei e del FMI di agire prioritariamente sui depositi <b>stranieri</b>, un provvedimento che minerebbe il principale sostentamento del Paese, ossia il mercato finanziario <b>offshore</b>. Il primo ministro russo, <b>Medvedev</b>, ha denunciato il tentativo di «qualche Stato dell’UE di assumere una strana decisione, la confisca di fatto dei soldi del popolo», affermazione con evidente allusione alla linea dei tedeschi, sostenitori anche di un prelievo forzoso dai conti italiani.</p>
<p>Un breve inciso a riguardo: la più semplice tecnica comunicativa è deviare l’attenzione sui problemi altrui per evitare che i propri divengano evidenti. La politica economica della Germania, basata su un arrogante solipsismo, sta cominciando in questi mesi a donare frutti un po’ appassiti. Fine della digressione.</p>
<p>Comunque, la posizione della Russia rende implicitamente lecite alcune domande, alle quali i sedicenti creditori netti di Berlino Est+Ovest dovrebbero dare delle risposte, o, per lo meno, concordarle con gli altri membri europei, a cominciare dal perché si è accettato che Cipro divenisse parte dell’Unione nel <b>2004</b> se già si sapeva quali fossero il suo <b>status finanziario</b> e il suo rapporto con gli oligarchi post-sovietici. Per di più, gli osservatori sono consapevoli dell’imminente tracollo di Nicosia già dal 2011, ossia al momento della massima esposizione del sistema bancario greco. Come se non bastasse, è stato calcolato che nello stesso anno siano transitati da <b>Cipro tra i 70 e i 90 miliardi di euro</b> collegati a soggetti russi, non sempre trasparenti.</p>
<p>Eppure, lo ripetiamo, la presenza di capitali “misti” a Cipro non è un fenomeno recente, così come non è un flash d’agenzia che il <b>70%</b> del debito di Nicosia sia gestito da attori britannici, con contratti specifici che proibiscono l’<i>haircut</i>, vale a dire un taglio al valore nominale di un titolo che comporta per il creditore una perdita nominale pari al taglio stesso. Come dire che se Cipro fosse debitore per 100 euro, il creditore non sarebbe disposto a sconti concilianti, nonostante questi sia un amico legato giuridicamente da vincoli di solidarietà: tutt’al più la vicinanza nelle relazioni si manifesta con un prestito a tassi prossimi all’usura, come ognuno di noi proporrebbe ai propri familiari e conoscenti. O no?</p>
<p>Comunque, è evidente che la presenza di Cipro fosse generalmente di comodo a determinati settori europei proprio per le sue condizioni. A preoccupare, adesso, sono le <b>conseguenze geopolitiche</b>, giacché il contrasto tra la tendenza all’espansione massima degli interessi egoistici di alcuni Paesi e la rigidità post-contrattuale dell’ex area valutaria del marco potrebbero condurre alla dura reazione di Mosca, i cui vertici hanno già ordinato a <b>cinque navi da guerra </b>di incrociare «permanentemente» nel Mediterraneo tra Cipro e Siria, in una sorta di azione da “<b>politica delle cannoniere</b>” che consenta allo stesso tempo di fornire sostegno ad Assad e porre pressione su Nicosia. L’aiuto russo richiesto dal Paese, infine, potrebbe consistere in una rinegoziazione degli obblighi ciprioti, magari con l’apertura all’ingresso di <b>Gazprom</b> negli impianti estrattivi al largo dell’isola: la fine totale dell’indipendenza energetica di Cipro.</p>
<p style="text-align:right;"><strong>Beniamino Franceschini<br />
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<p><strong>La versione originale dell’articolo può essere letta qui: <a href="http://www.fanpage.it/cannoni-russi-su-cipro/">Cannoni russi su Cipro</a>.<br />
</strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilkiwi.wordpress.com/1199/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilkiwi.wordpress.com/1199/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1199&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Sfogo sul Mali.</title>
		<link>http://ilkiwi.com/2013/03/20/sfogo-sul-mali/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 11:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beniamino Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Beniamino Franceschini da IL CAFFE’ GEOPOLITICO, 20 marzo 2013 Che fine ha fatto il Mali? Qualcuno si ricorda che il conflitto è ancora in corso? Le informazioni scarseggiano, le immagini mancano, addirittura non si riesce a comprendere come siano organizzati gli schieramenti in campo: la sicurezza geopolitica e la costruzione della comunità internazionale non possono [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1191&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Beniamino Franceschini</em></p>
<p>da <a href="http://www.ilcaffegeopolitico.net/"><strong>IL CAFFE’ GEOPOLITICO</strong>,</a> 20 marzo 2013</p>
<p><em>Che fine ha fatto il Mali? Qualcuno si ricorda che il conflitto è ancora in corso? Le informazioni scarseggiano, le immagini mancano, addirittura non si riesce a comprendere come siano organizzati gli schieramenti in campo: la sicurezza geopolitica e la costruzione della comunità internazionale non possono prescindere dalla conoscenza di quanto accada intorno a noi.</em></p>
<p><strong>POCHE CERTEZZE</strong> – In questi giorni, occuparsi del Mali e degli eventi che si stanno verificando nel Paese è <b>frustrante</b>. Non si riesce a capire cosa stia accadendo e questo comporta un sentimento d’impotenza che, per coloro che amano la geopolitica, le relazioni internazionali, l’Africa, o semplicemente la verità, brucia in profondità, con fiamme in niente dissimili da quelle che hanno arso i mausolei di Timbuctu. Eppure non sappiamo realmente come si stanno svolgendo i fatti in un Paese che fino a pochi mesi fa era un’oasi nel Sahel in pieno collasso. Ripeto: <b>non lo sappiamo</b>.</p>
<p><b>NON SI CONOSCONO LE FORZE IN CAMPO -</b> non siamo capaci di ricostruire le coalizioni dei tuareg, le reti degli insorti, lo stato delle frontiere maliane: addirittura non si hanno dati precisi neppure sul contingente francese! Fino all’autunno, nell’eterogenea unione dell’Azawad spiccava il gruppo <b>Ansar Dine</b>, guidato da Iyad Ag Ghali<b> </b>e comprimario, sebbene con un ruolo minore, di <b>al-Qaida nel Maghreb Islamico</b> (AQIM) e del <b><i>Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest</i> </b>(MUJAO), i cui capi, rispettivamente Abu Zeyd<b> </b>e Mokhtar Belmokhtar<b> </b>(responsabile anche dell’attacco all’impianto estrattivo algerino di <b>In Amenas</b>) sono stati uccisi in combattimento in tempi recenti. Per il resto, non si hanno notizie, se non che la guerra continui nell’<b>Adrar degli</b> <b>Ifoghas</b>, regione settentrionale montuosa di 250mila chilometri quadrati, e che le truppe francesi dovrebbero ritirarsi tra aprile e luglio per lasciare spazio ai caschi blu. Viene da chiedersi, però, come resterà il campo di battaglia, dato che, anche nell’area sotto il controllo di Bamako, la situazione sembra lontana dalla stabilizzazione, con accuse ai danni dei militari che gestirono la transizione e <b>incarcerazione di giornalisti scomodi</b>. Ad abbondare sono solo le teorie circa lo stato di AQIM e del MUJAO, le ricostruzioni dei tragitti delle armi libiche, le analisi sulla differenza tra la politica africana di Sarkozy e quella di Hollande, i presunti propositi statunitensi di destabilizzare il Sahel in funzione anticinese: <b>supposizioni</b>, spesso condizionate più da valutazioni ideologiche, che da dati reali.</p>
<p><strong>UN PO’ DI LUCE, PER FAVORE</strong> – Ovviamente, nessuno pretende che gli operatori dell’informazione si spingano in prima linea: gli aggiornamenti non giungono solo dal giornalismo d’assalto, ma anche dalle <b>fonti ufficiali</b>, dai comunicati dei comandi militari, dai rapporti che, in qualche modo, spesso e volentieri escono dal circuito riservato. <b>Tuttavia, domina il silenzio</b>. Sulla stessa stampa transalpina ci si limita a proporre a cadenza quotidiana sondaggi sul favore che la popolazione francese riserva alla conduzione del conflitto – oscillante tra il 35% e il 65% – e interviste a Parlamentari che sollecitano le necessità di riportare la democrazia nel Paese e sconfiggere il terrorismo nella regione. E pensare che l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Mali è <b>Romano Prodi</b>! Dobbiamo sperare che, prima o poi, il già Commissario europeo e Primo Ministro ci spieghi com’è stata gestita la crisi? Il problema è che il mondo contemporaneo viaggia alla velocità delle reti informatiche. Non possiamo restare <i>adesso</i> all’oscuro degli accadimenti in una regione fondamentale per la sicurezza dell’intero Mediterraneo. Stiamo vivendo una vicenda assolutamente anomala e il timore è che qualche evento straordinario, oppure, al contrario, qualche fenomeno vasto, di lungo periodo, ma sottaciuto, <b>colga davvero di sorpresa l’opinione pubblica</b>. Ecco perché la situazione è estremamente frustrante: nel complesso, infatti, non riusciamo né a placare il bisogno di sfidare la nostra capacità di analisi sugli argomenti che amiamo, né a soddisfare il pressante imperativo categorico di informare affinché possano generarsi <b>libere idee</b>.</p>
<p style="text-align:right;"><strong>Beniamino Franceschini<br />
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</strong></p>
<p><strong>La versione originale dell’articolo può essere letta qui: </strong><a href="http://www.ilcaffegeopolitico.net/6156/sfogo-sul-mali">Sfogo sul Mali</a>.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilkiwi.wordpress.com/1191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilkiwi.wordpress.com/1191/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1191&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Rally in Kenya(tta).</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 10:40:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beniamino Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Beniamino Franceschini da IL CAFFE’ GEOPOLITICO, 19 marzo 2013 Le recenti elezioni in Kenya hanno premiato Uhuru Kenyatta, politico potente e controverso, sotto processo di fronte alla Corte dell’Aia per crimini contro l’umanità. Parte della comunità internazionale, soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna, avevano più volte espresso perplessità sulla sua figura, causando la reazione del [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1195&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Beniamino Franceschini</em></p>
<p>da <a href="http://www.ilcaffegeopolitico.net/"><strong>IL CAFFE’ GEOPOLITICO</strong>,</a> 19 marzo 2013</p>
<p><em>Le recenti elezioni in Kenya hanno premiato Uhuru Kenyatta, politico potente e controverso, sotto processo di fronte alla Corte dell’Aia per crimini contro l’umanità. Parte della comunità internazionale, soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna, avevano più volte espresso perplessità sulla sua figura, causando la reazione del popolo keniota, che ha votato il nuovo capo di Stato col 50,03% delle preferenze e senza le violenze del 2008. Adesso gli attori occidentali dovranno tentare di non compromette i rapporti con il Kenya, Paese fondamentale per la sicurezza dell’Africa orientale e la lotta al terrorismo islamista, nonché campo di scontro tra gli interessi economici angloamericani e quelli asiatici, sempre più presenti.</em></p>
<p><b>LE ELEZIONI IN KENYA </b>– Agli inizi di marzo, il Kenya ha scelto  il proprio Presidente, ossia <b>Uhuru Kenyatta</b>, uno degli uomini più potenti e controversi del Paese, figlio del primo Capo di Stato dopo l’indipendenza (1963) e imputato presso la Corte penale internazionale per <b>crimini contro l’umanità</b>. All’estero si temeva che le elezioni fossero caratterizzate dalla riproposizione degli scontri intertribali che tra il 2007 e il 2008 causarono oltre <b>1.300 morti e 600mila sfollati </b>– proprio i fatti per i quali Kenyatta è chiamato a difendersi all’Aia. Eppure, quest’anno il Paese ha mostrato una <b>responsabilità politica </b>inattesa, derivata anche dall’attenzione rivolta alle recenti elezioni dalla comunità internazionale, attraverso costanti appelli alla concordia e alla riconciliazione. Secondo alcuni osservatori, i timori dei rappresentanti stranieri riguardo all’eventuale vittoria di Kenyatta avrebbero favorito proprio la sua elezione, con una sorta di “<b><i>rally around the flag</i></b>” contro le ingerenze esterne.</p>
<p><b>CHI È UHURU KENYATTA </b>– Il nuovo Presidente keniota è nato nel 1961 e, come già detto, è figlio di <b>Jomo Kenyatta</b>, eroe dell’indipendenza dal Regno Unito. Laureatosi negli USA, Uhuru è <b>tra gli uomini più ricchi in Africa</b>: gestisce infatti ampi investimenti in molti settori, possedendo mezzi di comunicazione e potendo contare su un patrimonio difficilmente stimabile (comprendente anche quasi 250mila ettari di terreni) acquisito dalla famiglia durante la transizione post-coloniale con metodi non sempre trasparenti. Kenyatta, eletto per la prima volta in Parlamento nel 2001, fu prima <b>vice Primo Ministro</b> (2008), poi ministro delle Finanze. La svolta, però, è stata nel 2012, con l’assunzione della guida della <b><i>National Alliance</i></b>, incarico col quale egli impose una svolta modernizzatrice al partito e alla vita politica keniota, avviando una vera e propria <b>rivoluzione digitale</b> attraverso l’uso costante di internet e social network. Sulla sua figura, tuttavia, pesa il processo di fronte alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità: Kenyatta è accusato di aver fomentato e organizzato gli scontri tra la propria tribù, i Kikuyu, e quella dei Kalenjin del suo rivale, ma ora alleato, <b>William Ruto</b>, a sua volta imputato per gli stessi reati.</p>
<p><b>IL DILEMMA OCCIDENTALE: CHE FARE CON KENYATTA?</b> – La posizione di Kenyatta imbarazza gli attori occidentali, poiché, se da un lato le cancellerie, soprattutto a Washington e Londra, hanno già preannunciato l’opportunità di non procedere oltre rapporti formali con il Presidente, dall’altro lato è evidente che Nairobi rappresenti un’alleata fondamentale per la <b>sicurezza in Africa orientale e nell’Oceano Indiano</b>. Basti considerare, infatti, il contributo keniota alla lotta contro <b>al-Shabaab</b>, riguardo alla quale l’intervento militare in <b>Somalia</b> alla fine del 2011, su forte sollecitazione francese, è la manifestazione maggiore. Non bisogna dimenticare nemmeno che gli Stati Uniti dispongano di alcuni <b>UAV</b> in Kenya e che il contrasto al terrorismo islamista passi anche dal controllo delle regioni nord-occidentali del Paese. Il porto di Lamu, infine, sarà il terminale dell’ambizioso <b>LAPSSET</b>, il corridoio infrastrutturale dal costo di 22 miliardi di dollari che dovrebbe unire il Sudan del Sud all’Oceano Indiano. Economicamente, Nairobi sta attirando con sempre maggiore costanza investimenti da <b>Cina</b> e <b>India</b> direttamente concorrenti con i capitali britannici e statunitensi: un’ottima ragione per non procedere con roboanti vie di fatto contro Kenyatta, il quale, per di più, al contrario di <b>al-Bashir</b> ha accettato di sottoporsi al giudizio dell’Aia.</p>
<p><b>PROSPETTIVE E ATTESE </b>– Kenyatta ha ottenuto il <b>50,03% </b>delle preferenze, superando lo sfidante <b>Raila Odinga</b>, primo ministro uscente, ed evitando di poco il ballottaggio. I ricorsi degli altri candidati, salvo sorprese, non dovrebbero essere accolti, confermando la sostanziale validità delle elezioni, nonostante qualche episodio oscuro. Tuttavia, gli avvertimenti della comunità internazionale hanno senz’altro influito su una <b>polarizzazione del voto </b>a vantaggio di Kenyatta, il quale potrà contare su un buon sostegno da parte della popolazione. Le speranze sono affinché il nuovo Presidente conduca a un <b>complessivo rinnovamento </b>della vita politica nel Paese – sono forti gli auspici che l’alleanza con l’ex nemico Ruto, posto alla vice Presidenza, sia segno di reale pacificazione – prendendo una netta posizione contro quelle che molti kenioti ritengono <b>ingerenze colonialiste</b> da parte delle potenze straniere e creando condizioni vantaggiose per un ingresso più ampio e diversificato di capitali stranieri a condizioni vantaggiose per Nairobi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:right;"><strong>Beniamino Franceschini<br />
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</strong></p>
<p><strong>La versione originale dell’articolo può essere letta qui: </strong><a href="http://www.ilcaffegeopolitico.net/6133/rally-in-kenyatta">Rally in Kenya(tta)</a>.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilkiwi.wordpress.com/1195/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilkiwi.wordpress.com/1195/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1195&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Francesco, Benedetto XVI e la spada di Cristo.</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Mar 2013 08:08:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beniamino Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il diario de il Kiwi]]></category>
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		<description><![CDATA[di Beniamino Franceschini da FANPAGE, 14 marzo 2013 Papa Francesco si è presentato in modo umile e diretto, con le preghiere più semplici della Cristianità. Davanti a lui le sfide sono molte e dure: occorrerà un cambiamento radicale della Chiesa e dei cattolici. E il contributo di Benedetto XVI sarà ancora fondamentale. Fino al tardo pomeriggio [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1186&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Beniamino Franceschini</em></p>
<p>da <a href="http://www.fanpage.it/beniamino-franceschini/"><strong>FANPAGE</strong></a>, 14 marzo 2013</p>
<p><strong>Papa Francesco si è presentato in modo umile e diretto, con le preghiere più semplici della Cristianità. Davanti a lui le sfide sono molte e dure: occorrerà un cambiamento radicale della Chiesa e dei cattolici. E il contributo di Benedetto XVI sarà ancora fondamentale.</strong></p>
<p>Fino al tardo pomeriggio di ieri, il protagonista del Conclave era un <b>gabbiano</b> placidamente posato sul comignolo della Cappella sistina. Improvvisamente, poi, il <b>fumo bianco</b> ha carezzato il cielo di Roma e, dopo una fremente attesa, il mondo ha conosciuto il nuovo Papa della Chiesa cattolica: la figura del Pontefice è apparsa in modo silenzioso, leggero, mentre in piazza San Pietro era sceso un gelo profondo nel quale la delusione – soprattutto di italiani e brasiliani – era frammista alla reale incapacità di molti di comprendere chi fosse quel cardinale <b>Bergoglio</b>. Sul momento, l&#8217;immagine è stata <b>cinematografica</b>, anzi, teatrale: il Papa, con le luci addosso, ma circondato dal buio della sera, rimaneva fermo, la fisicità statuaria che sembrava una posa drammatica, come il Cirillo di Anthony Quinn o la riproposizione di un Pontefice rinascimentale, il volto sottile così simile a quello di <b>Giovanni Paolo I</b>. E poi il nome, <b>Francesco</b>, che ha colto tutti di sorpresa, rappresentando di per sé già un messaggio programmatico, una volontà di riportare la Chiesa alla dimensione della realtà quotidiana, alla condizione di coloro per i quali senza un aiuto il destino sarebbe solo la povertà di spirito: un ritorno al messaggio di <b>San Francesco d&#8217;Assisi</b>, l&#8217;uomo che ebbe il coraggio di guardare il papato medievale negli occhi mantenendo le spalle sollevate e le mani tese verso gli ultimi, non esitando a parlare col lupo e a varcare il mare verso le terre del Saladino. E Bergoglio conosce bene le <b>Chiese d&#8217;Oriente</b>, sia teologicamente, sia politicamente, conscio anche delle sofferenze che i cristiani, soprattutto in Asia (non dimentichiamoci, però, dell&#8217;Africa) stanno vivendo.</p>
<p>Papa Francesco ha dissipato quella nebbia calata su piazza San Pietro con il sistema più semplice che ognuno di noi conosca, ossia un saluto immediato, spontaneo: «<b>Buonasera</b>», e l&#8217;ecumenismo tanto esaltato fino a un&#8217;ora prima, ma interrotto negli ultimi minuti, è tornato dirompente. Quindi poche parole dense di significato, a partire dalle <b>preghiere dedicate a Benedetto XVI</b> e recitate con la comunità dei fedeli, un gesto semplice, universale, diretto, che magari a qualcuno è parso insolito, ma che, in realtà, è l&#8217;atto di fede primario di ogni credente di qualsiasi religione, nonostante spesso la diatriba sia più allettante del bisbiglio di un rosario. Francesco ha citato in modo rapido un santo della prima cristianità, <b>Ignazio d&#8217;Antiochia</b>, ricordando il ruolo della Chiesa e della diocesi di Roma, nonché la priorità di ricominciare la <b>nuova evangelizzazione</b> proprio dall&#8217;Urbe. Infine, prima dell&#8217;indulgenza plenaria, un altro atto emblematico e teologicamente raffinato: <b>il Papa si è rimesso al «popolo»</b>, affinché esso lo accettasse come Vescovo di Roma e pregasse perché Dio lo benedicesse. È un passaggio in teoria facile da comprendere se ci si ferma all&#8217;aspetto più manifesto. Tuttavia, il Pontefice non ha chiesto direttamente la benedizione dei fedeli, bensì il riconoscimento del proprio ruolo e l&#8217;opera della comunità in suo favore di fronte a Dio. Francesco avrebbe potuto &#8220;in modo demagogico&#8221; domandare al popolo la benedizione, però non è l&#8217;uomo a benedire: <b>è Dio, in quanto Origine e Riferimento</b>.</p>
<p>Nell&#8217;arco di pochi minuti sono cominciate a spuntare informazioni sulla presunta connivenza tra Bergoglio e la <b>dittatura militare argentina </b>(1976-1983), soprattutto nel periodo di <b>Videla</b>: il futuro Pontefice avrebbe favorito la sparizione di due sacerdoti, alla quale, secondo altre versioni, dovrebbe anche aggiungersi quella di alcuni bambini. Su questo, sinceramente, non posso esprimermi, non so che dire, poiché per cominciare ad avere un&#8217;idea avrei bisogno di qualcosa di più rispetto a un articolo del 2006 e a una serie di commenti sui social network, soprattutto se animati dal solo odio anticlericale o scritti da chi sostiene che Videla fosse il nome della moglie di Perón, quella «del film di Madonna» (citazione da un dialogo). Prima di esprimere un parere ho bisogno di leggere almeno il libro spesso citato in merito all&#8217;argomento, ossia <b><i>L&#8217;isola del silenzio</i></b>, di <b>Horacio Verbitsky</b>. Senz&#8217;altro sconto una grave carenza d&#8217;informazione, quindi mi fermo, sospendo il giudizio e mi riprometto di indagare, pur continuando a non apprezzare i toni di chi scarica la rabbia su un uomo che fino a poche ore fa non aveva mai sentito nominare. In fondo, anche la cieca e acritica ideologia politica non è dissimile dalla religione: si crede, si ha fede, si difende nelle difficoltà.</p>
<p>C&#8217;è poi la questione della <b>contrarietà di Bergoglio ai matrimoni omosessuali</b>, ma, in questo caso, credo occorra un po&#8217; di realismo: difficilmente ci sarà un capo della Chiesa cattolica a favore di un seppur necessario e improrogabile allargamento in tal senso dei diritti civili. Anzi, sarà pressoché impossibile trovare la guida di una grande religione su posizioni estremamente aperte. Ciò, però, non è né una scusa per i legislatori, né un ostacolo, perché la <b>laicità</b>, che è uno dei motori dello Stato di Diritto contemporaneo, consiste proprio nel rispettare, difendere e ascoltare ogni posizione, trovando poi una sintesi che proceda oltre la faziosità, verso l&#8217;interesse generale, lasciando intonsa la sfera privata dei cittadini e tutelando la libertà di ogni individuo a scegliere o no un&#8217;opzione, sia essa il matrimonio omosessuale, la fecondazione assistita, il testamento biologico e l’eutanasia, il trapianto d&#8217;organi o anche soltanto l&#8217;accesso ai corsi di studio. Prima di porre ostacoli, diamo ai cittadini <b>gli strumenti per essere liberi</b>, indipendenti, consapevoli e tolleranti, quindi <b>cediamo il passo alla coscienza</b>.</p>
<p><a href="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2013/03/gabbiano-sul-camino-del-conclave-586x340.jpg"><img class="wp-image-1188 alignright" alt="Gabbiano-sul-camino-del-Conclave-586x340" src="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2013/03/gabbiano-sul-camino-del-conclave-586x340.jpg?w=375&#038;h=218" width="375" height="218" /></a>Nei primi momenti di Francesco ho colto una grande <b>umiltà</b>, una <b>semplicità spontanea</b>, nonché una consapevolezza del proprio incarico caratterizzata da una <b>profonda e umana paura</b>, dal bisogno di essere davvero accettato dalla comunità dei fedeli. Piuttosto che un Papa, Francesco è parso un parroco in una terra lontana, come l&#8217;<b>Argentina</b> alla quale il Pontefice si è riferito indicando la propria provenienza (l&#8217;eco è di <b>Giovanni Paolo II</b>). Le poche parole e i pochi gesti di Francesco mi hanno emozionato – ho sentito una grande forza in lui – e hanno contribuito ad accendere, forse in modo del tutto irrazionale, una <b>scintilla di speranza</b>, che potrebbe trasformarsi in fiamma. L&#8217;Italia ha bisogno di un sostegno per guardare avanti: per quanto si voglia dire, nel bene e nel male, il Papa resta per il nostro Paese un punto di riferimento storico, politico e morale sia per chi si ispiri a lui, sia per chi lo ritenga degno destinatario di strali. Vedremo Francesco all&#8217;opera: <b>scandali</b>, <b>episodi criminali</b>, <b>pedofilia</b>, <b>IOR</b> e <b>difesa dei cristiani perseguitati</b> sono solo alcune delle battaglie che il nuovo Pontefice dovrà affrontare, avendo dinanzi gli esempi dei suoi grandi omonimi, il Poverello d&#8217;Assisi e il grande missionario gesuita. Il tutto con <b>la vicenda di Benedetto XVI</b> sullo sfondo, ossia l&#8217;atto che ha stravolto e ancora stravolgerà la storia della Chiesa intrapreso da colui che oggi è forse il maggior intellettuale europeo vivente – e che forse capiremo e ameremo davvero soltanto tra qualche anno, quando il Tevere avrà eroso un altro po&#8217; i ponti di Roma.</p>
<p>Ieri sera mi sono sentito trasportato in modo straordinario e immediato accanto a quell&#8217;uomo dalla postura rigida e un po&#8217; imbarazzata, con gli occhi rivolti verso il basso che esprimevano la consapevolezza del <b>peso della Storia e dell&#8217;Autorità</b>. La speranza è che Papa Bergoglio, argentino di origini italiane – un compromesso tra i cardinali &#8220;italiani&#8221; di <b>Scola</b> e quelli &#8220;brasiliani&#8221; di <b>Scherer</b>? – riesca davvero a condurre in Vaticano la forza di <b>San Francesco d&#8217;Assisi</b> e lo spirito di <b>San Francesco Saverio</b>: «Non crediate, – dice <b>Gesù</b>, – che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada», parole che sembrano contraddittorie col messaggio evangelico, ma che in realtà indicano la necessità di un <b>mutamento completo e radicale degli uomini</b>. Una trasformazione della quale la Chiesa ha fortemente bisogno per aprirsi realmente al mondo, non disperdere il proprio percorso millenario e ricostruire la propria vocazione spirituale, il cui capovolgimento in favore del <b>potere assoluto </b>ha condotto Benedetto XVI all&#8217;abdicazione. Certo, questi auspici forse sono un po&#8217; banali e troppo alti, però è lecito sperare. Sono fiducioso nell&#8217;opera di Francesco, che avrà dalla sua, oltre che <b>Joseph Ratzinger </b>– giacché sarà difficile per la Chiesa fare a meno del suo poderoso intelletto – l&#8217;immagine di uomini maestosi, ancor prima che santi, e l&#8217;<b>affetto</b> che i cattolici già nutrono nei suoi confronti.</p>
<p style="text-align:right;"><strong>Beniamino Franceschini<br />
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<p><strong>La versione originale dell’articolo può essere letta qui: <a href="http://www.fanpage.it/francesco-benedetto-xvi-e-la-spada-di-cristo/">Francesco, Benedetto XVI e la spada di Cristo</a>.<br />
</strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilkiwi.wordpress.com/1186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilkiwi.wordpress.com/1186/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1186&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Orban, flagello della democrazia.</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Mar 2013 20:17:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beniamino Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Beniamino Franceschini da IL CAFFE’ GEOPOLITICO, 13 marzo 2013 Che cosa sta accadendo in Ungheria? L’approvazione delle nuove norme costituzionali è un rischio per la tenuta democratica del Paese e una profonda ferita dello Stato di diritto dell’intera Unione Europea. Alcuni osservatori stanno parlando di un golpe bianco, ma a dominare, al momento, è solo [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1182&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Beniamino Franceschini</em></p>
<p>da <a href="http://www.ilcaffegeopolitico.net/"><strong>IL CAFFE’ GEOPOLITICO</strong></a>, 13 marzo 2013</p>
<p><em>Che cosa sta accadendo in Ungheria? L’approvazione delle nuove norme costituzionali è un rischio per la tenuta democratica del Paese e una profonda ferita dello Stato di diritto dell’intera Unione Europea. Alcuni osservatori stanno parlando di un golpe bianco, ma a dominare, al momento, è solo il silenzio di ampia parte dell’opinione pubblica in Europa.<span id="more-1182"></span></em></p>
<p><strong>ACCADE A BUDAPEST </strong><strong>- </strong>Lunedì 11 marzo il Parlamento ungherese ha approvato con 265 voti a favore, 11 contrari, 33 astenuti e il boicottaggio da parte dell’opposizione socialista una serie di <strong>provvedimenti emendanti la Costituzione</strong> e che, secondo un comunicato congiunto rilasciato da Consiglio d’Europa e Commissione europea, «<strong>sollevano preoccupazioni circa il rispetto dello Stato di diritto, del Diritto dell’Unione e delle norme del Consiglio d’Europa</strong>». Analogamente, da un lato gli Stati Uniti nei giorni scorsi avevano chiesto all’Ungheria di riflettere maggiormente sulle modifiche costituzionali, dall’altro il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, si era detto «impensierito dagli ultimi sviluppi nel Paese».</p>
<p><strong>GLI EQUILIBRI IN PARLAMENTO – </strong>Le motivazioni di toni tanto allarmistici – i socialisti magiari hanno parlato di «<strong>giornata nera della democrazia</strong>» – derivano dalla pericolosa virata limitativa delle libertà che il primo ministro <strong>Viktor Orbán</strong>, alla guida del partito conservatore <strong>Fidesz</strong> (che conta 262 deputati su 386 totali), potrebbero aver imposto all’Ungheria, il cui Parlamento comprende anche, oltre a 59 socialisti e 16 verdi, 47 eletti nelle file del <strong>Jobbik</strong>, formazione di estrema destra, xenofoba e ultranazionalista.</p>
<p><strong>LE MISURE APPROVATE – </strong>Nello specifico, infatti, le nuove norme <strong>vietano alla Corte costituzionale di pronunciarsi sui contenuti delle leggi</strong> approvate dal Parlamento (le competenze sono circoscritte alla forma), imponendo ai giudici supremi di non richiamare sentenze sul Diritto costituzionale ed europeo precedenti all’entrata in vigore della nuova Carta (1° gennaio 2012). Inoltre, fermo restando che <strong>la libertà d’espressione potrà essere limitata</strong> se contraria ai princìpi della Nazione ungherese, sarà proibita durante le campagne elettorali<strong> la trasmissione dei dibattiti su televisioni e radio pubbliche</strong>. Restando in ambito politico, il vecchio Partito comunista è definito<strong> organizzazione criminale</strong>, con conseguente possibilità di procedere penalmente addirittura nei confronti di alcuni attuali esponenti del Partito socialista. Allo stesso modo, rischieranno il carcere i<strong> senzatetto </strong>che saranno sorpresi a<strong> dormire in uno spazio pubblico</strong>, mentre le coppie non sposate, omosessuali o senza figli saranno<strong> private di ogni tipo di equiparazione </strong>con quelle eterosessuali, regolarmente congiunte in matrimonio e con figli. Infine, i<strong> neolaureati dovranno restare in Ungheria </strong>per un periodo della durata del corso universitario frequentato, estendibile fino a 10 anni, e non potranno cercare lavoro all’estero, se vorranno accedere a sussidi statali. Già nel 2012, Orbán aveva ottenuto l’approvazione di una nuova Costituzione con <strong>forti controlli alle libertà d’espressione e di culto</strong>.</p>
<p><strong>DEMOCRAZIA A RISCHIO? – </strong>Con un buon margine di certezza si può parlare di un <strong>golpe bianco</strong> (ovvero senza uso della forza militare) in Ungheria. Sarebbe fondamentale, comunque, che i mezzi di comunicazione cominciassero a informare i cittadini dell’Unione di quanto sta accadendo in un Paese membro, altrimenti il <strong>silenzio</strong> si estenderà davvero alle coscienze dell’opinione pubblica europea. Il tutto tenendo presente che l’attuale maggioranza parlamentare è il risultato di<strong> libere elezioni</strong> e che, secondo molti osservatori, <strong>Orbán</strong> starebbe abusando dell’ampio consenso ottenuto negli ultimi anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:right;"><strong>Beniamino Franceschini<br />
<a href="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2012/07/3_11971203731299323252flomar_kiwi_bird_2-svg-med31.jpg"><img title="3_11971203731299323252flomar_kiwi_(bird)_2.svg.med3" alt="" src="http://ilkiwi.files.wordpress.com/2012/07/3_11971203731299323252flomar_kiwi_bird_2-svg-med31.jpg?w=640" /></a></strong><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>La versione originale dell’articolo può essere letta qui: </strong><a href="http://www.ilcaffegeopolitico.net/6001/orban-flagello-della-democrazia">Orban, flagello della democrazia</a>.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilkiwi.wordpress.com/1182/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilkiwi.wordpress.com/1182/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilkiwi.com&#038;blog=23403111&#038;post=1182&#038;subd=ilkiwi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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